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lunedì 14 gennaio 2019

Che meraviglia!

Questo compleanno è il numero 7, l'anno del re.
A settembre hai iniziato la scuola e ci stiamo ancora allenando a questa nuova vita... a tratti la rincorriamo, col fiatone, e la paura di essere sempre in ritardo. Poi rallentiamo, teniamo il passo e ci fermiamo di tanto in tanto, che ci si gode un po' la vista da quassù. Si aprono album, si raccontano foto, si (ri)leggono bei libri. 
Un po' ci manca quel tempo lento, fatto solo di giochi e sogni e fate, quelle mattine che sanno di coperte calde fino a tardi. Ma il mondo adesso ti chiama, ha imparato il tuo nome e lo grida a gran voce. Ogni tanto vorrei chiudere le finestre, silenziare la sua voce per tenerti ancora stretta, ma ti ho dato al mondo e da lì, se vogliamo vederle, arrivano ancora magie... esiste un villaggio con case tutte uguali, eppur diverse, con le finestre e le porte colorate, fatto di grandi che sanno ancora di dover imparare, e di piccini che sanno ancora di poter giocare e crescere insieme, litigare e poi far pace, cadere e rialzarsi, ridendo anche nel pianto e scambiarsi giochi e figurine! E poi ci sono folletti che amano la notte e lasciano doni in ceste davanti le porte chiuse perché tu possa aprirli il giorno del tuo compleanno. 
Ci sono le amiche del cuore, con cui collezionare foto dei compleanni festeggiati insieme, c'è lo stupore delle cose nuove, delle lettere che diventano parole nella tua voce ancora incerta. 
E allora va bene anche il mondo bambina, basta guardarlo con gli occhi di chi porta la magia dentro al cuore. 
Conservala amore, anzi falla crescere... 7 volte tanto! che ti servirà per regalarne ancora al mondo quando il mondo ne diventerà povero. 
Conserva lo stupore, coltiva la meraviglia. Ti regalo questa filastrocca di Bruno Tognolini, che oggi va così, a regalar canzoni e filastrocche... 

Filastrocca della meraviglia

La meraviglia è un dono rotondo
Che va e ritorna fra gli occhi ed il mondo
Gli occhi la spargono su fiori e prati
E poi li guardano meravigliati
Gli occhi la spalmano sopra le cose
E poi le trovano meravigliose
La meraviglia sta in quello che guardi?
Oppure sta nei tuoi sguardi?
Sta nelle cose che vedi e che tocchi?
O nelle mani e negli occhi?

La meraviglia è vicino e lontano
è a metà strada fra il fiore e la mano
è nella prosa, è nella rima
è nella rosa che viene prima
è nel silenzio che viene dopo
Nelle parole che non hanno scopo
Nella dolcezza dopo aver pianto
Nel fiato preso prima di un canto
Nel passo indietro prima del salto
Nell'uomo basso che guarda in alto
Nell'uomo alto che guarda altrove
Negli orizzonti del non si sa dove
Nel crac aprendo un guscio di noce
Nel buio vivido dopo la luce
è la vigilia di tutte le cose
è la vendemmia di tutte le rose
è questo mondo quando ci assomiglia
La meraviglia

Il Magopovero ne ha in abbondanza
La dona tutta e non resta mai senza
Perché conosce un antico mistero
Semplice e vero
Quando i bambini sono noiosi
Sono annoiati
Quando gli artisti son meravigliosi
Son meravigliati.

domenica 6 gennaio 2019

Le luci di casa

Mancano poche ore all'alba del giorno che tutte le feste si porta via.
Le calze sono già piene, l'albero ancora acceso, ancora una notte, e io ti cullo perché non puoi dormire.
D'un tratto il tuo peso sulle braccia mi fa pensare a quanto tempo è già passato dal nostro primo eccoti e ti stringo forte e mi accorgo di quanto è bella la tua faccia alle luci dell'albero che ballano felici. 

E così un augurio mi si scioglie nel petto (o è il latte?)... ti auguro Luce, piccolo mio, che ti scaldi sempre, che ti illumini il viso, che ti segni il cammino. 
D'altronde sei nato fortunato tu, che quando sei venuto al mondo il regalo più grande lo avevi già e ha il nome di sorella. Un pezzo di te e anche di me, 
che ti porti per mano, 
che ti guidi lontano 
a cercare avventure,
a scacciare paure. 
Qualcuno da guardare negli occhi ed essere sicuro che sappia sempre chi sei. 



Io lo so perché ne ho tre 
ma tu di certo hai quella che fa per te!
Auguri bimbimiei <3

sabato 8 settembre 2018

Sei (una) grande


Ne è passato di tempo dall’ultimo post, di vita ne è scorsa tanta, quieta e lenta e forte e dura che non si poteva passarci sopra, non si poteva passarci sotto, si è dovuti passarci in mezzo. E tu sei sempre stata la migliore a passarci in mezzo alle cose, con la tua testa un po’ pazza, i capelli al vento e quello sguardo così deciso.
È passato così tanto che di denti ne sono caduti 4, di casa ne abbiamo fatta, col cuore e con le mani, 1, di occhiali ne abbiamo messi un paio e in famiglia siamo anche diventati di più.
Ti ho vista crescere, eppure ancora mi chiedo quando, quando sei diventata così grande, così bella, così tu.
Da qualche settimana è scesa un’ombra sui tuoi occhi e i tuoi sorrisi si sono fatti più preziosi, rari come un tesoro nascosto. Il fratello tanto atteso è una fregatura che ruba gli occhi, le mani e il cuore della mamma e tu hai smesso di credere di essere così forte e coraggiosa, hai smesso di credere me quando te lo dico. Eppure stanotte mentre ti addormentavi io l’ho vista. Ho visto tutta la tua forza, fiera e bella come solo tu sai essere. Disegnata con uno svolazzo sulle tue ciglia lunghe, scivolava giù sul tuo naso e si poggiava su quella bocca che nasconde baci d’amore e parole veloci e forti come la vita e sul mento fermo e morbido di sonno e mi sono sentita così piccola lì di fronte a te che se anche non ci credi hai coraggio, e stai facendo tutto quello che puoi con una forza incredibile. 
Te lo vorrei dire però, che se ogni tanto la forza viene meno, non significa che abbiamo perso il coraggio, che a volte si ha voglia di piangere e lasciarsi consolare come prima e va bene così! Che le braccia della mamma per te ci saranno sempre, che il mio cuore è solo più pieno e non meno libero, che l’amore si moltiplica e non si divide. 
Dobbiamo solo passarci in mezzo anche stavolta Amore, e se anche avremo voglia di tornare sotto le coperte, a caccia dell’orso ci andremo poi un altro giorno!

sabato 13 agosto 2016

I bambini pensano in grande

Da dove inizio?
“Dall’inizio, no?”, ridacchia una vocina.
La pagina bianca è sempre una sfida ingombrante, ma chi l’ha detto che si debba iniziare dall’inizio? L’importante all’inizio è scrivere, riempire il vuoto, colorare il bianco. Quando le idee sono lì che lasciano segni poi è più facile costruire frasi, spostare parole, decorare con virgole… proprio così, come nel gioco del tetris. Si spostano i blocchi perché stiano bene insieme, meglio ancora sarebbe come in un quadro, perché chi li guarda, quei segni, possa avere qualcosa in cui riconoscersi, qualcosa che rimanga dentro e continui a parlare con te anche quando hai smesso di guardare.
Per questo ho chiesto aiuto alle “mamme franche”, perché raccogliessero le voci dei loro bambini, le loro emozioni riguardo questo momento unico, quello in cui cambi casa e con il trasferimento inizi una nuova vita, in cui decidi cosa portare con te e cosa lasciarti indietro, quello in cui dici addio alla casa della tua infanzia. Ricordo bene quel momento, io avevo 11 anni quando è successo e mi chiedo se le lasciamo mai le case della nostra infanzia, o se rimangono a popolare ricordi sbiaditi, prendendo lo spazio di bolle di sapone lì da qualche parte dentro la nostra memoria…
Mia figlia di anni ne ha 4 e mezzo e dalle sue domande (“Mamma, ma i miei giochi li portiamo?” “Ma certo!” “E i miei libri?” “Ma certo! Vedi, li mettiamo tutti in questi scatoloni e poi li riapriamo nella casa nuova…” “Ma il divano? È grande quello, come si fa a metterlo in uno scatolone??”) e attraverso quello che dice in silenzio, quando la sua voce è sola ad accarezzare i muri e le porte di casa e dice “mi mancherai”, mi rendo conto che è importante sapere cosa pensano i bambini, cosa sentono, perché spesso tra i nostri scatoloni polverosi e sempre troppo pesanti non troviamo il tempo di accorgerci di loro, che parlano sottovoce e raccontano il loro cuore colorato di tempere e sogni grandissimi, che noi ormai abbiamo dimenticato. Perché i bambini, si sa, sono piccoli. Piccole mani, piccole dita, ma nei loro occhi si allargano cieli infiniti e loro sì, sanno pensare in grande.
E, proprio come Ortone, “questo io penso, che ognuno è importante, sia piccolo o immenso”. Perciò diamo loro la parola e riempiamoci gli occhi di meraviglia.
diego
Diego, quasi 4 anni)
inti
(Inti, 5 anni)
disegno Aisha 001_r
(Aisha, 4 anni)

Puoi leggere questo post anche sul sito Le case Franche

giovedì 28 luglio 2016

Per chi suona la campana della Siria



 
I morti della Siria non li piange nessuno.

Se li piangano loro.

Sono bambini, donne e uomini, giovani e anziani. Sono figli, figlie, madri e padri, l’amore di qualcuno, la casa, le braccia di qualcuno che senza avrà freddo, avrà paura. Senza sarà buio tutta la vita.

Nessun lenzuolo sopra i morti siriani. Lì la morte è cruda, è nuda. Ma non ci fa paura perché è lontana. Un battito di ciglia mentre ci giriamo dall’altra parte, perché quei morti, ci diciamo, non sono i nostri. E non ci somigliano.

Io oggi li ho visti, erano due bambini e un padre che gridava piangendo il suo dolore e non ho potuto fare a meno di vedere quanto fossero nostri quei bambini con le mani piccole come i nostri, i riccioli che quando correvano dovevano danzare sulle spalle a illuminare gli occhi, il corpicino che lo stringi tutto con un braccio. E gli occhi. Gli occhi chiusi come se dormissero.

E il dolore di quell’uomo è diventato il mio. La sua perdita quella dell’umanità intera. Perché i bambini no Signore, che siano a Nizza o a Manbij, i bambini sono di tutti. Sono loro il patrimonio dell’umanità, città fantastiche, opere d’arte in divenire, perché quando li mettiamo al mondo lo facciamo perché vedano la luce, perché vivano, perché amino a siano amati e abbiamo il dovere di proteggerli e renderli felici. Quando li piangiamo invece abbiamo fallito.

Noi abbiamo fallito.

È questo che piangeva quell’uomo. Il suo fallimento. Il fallimento dell’umanità che divora se stessa.

Mi vengono in mente in ordine sparso le parole di una poesia che ha innamorato anche Hemingway. E pensare che nel tema della maturità l’ho scritta tutta d’un fiato, la sapevo a memoria, anzi col cuore. Le ricordavo tutte quelle parole e avevano una musica che riconoscevo, come le parole di una canzone che ami e che ogni tanto ti canti dentro, e oggi le ho dovute cercare, perché ho lo smartphone sempre connesso e l’illusione di poter sapere tutto quando voglio. E così abbiamo il wifi sempre acceso e il cuore spento.

 

Nessun uomo è un’Isola
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all'Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

John Donne

 

 

 

lunedì 24 novembre 2014

Il tempo non è mai tempo

Il tempo non esiste, la fisica ormai ce lo ha svelato. È soltanto una convenzione, a cui tutti inesorabilmente soccombiamo.
Non c'è tempo, quante volte ce lo ripetiamo, non ho tempo e rimandiamo, rimandiamo a un tempo che non c'è, perché non ce ne sentiamo padroni. Il tempo è la fretta, scusate il ritardo, il contrattempo.
Non abbiamo tempo per i nostri vecchi, e neanche per i nostri bambini. Paghiamo il tempo di qualcuno che stia con loro, mentre perdiamo il nostro, che non tornerà più.
Dobbiamo lavorare per vivere e non ci accorgiamo che rimandiamo continuamente anche il nostro vivere. Non abbiamo tempo per parlare, per guardarci negli occhi, per dirci aspetta, amore scusa, buonanotte...
Pretendiamo dai nostri figli che crescano in fretta perché rivogliamo il nostro tempo, ma non ricordiamo neppure cosa abbiamo fatto di tutto quel tempo in cui loro non c'erano.
Ci lamentiamo di quello che non abbiamo più perché non ci diamo il tempo per accorgerci di quanto abbiamo guadagnato.
La storia della buonanotte, e che sia una, e non capiamo il valore di quegli attimi di veglia rubati dal bambino insieme a noi, che sono i baci più dolci della nostra giornata. Non vediamo che in quel momento vuole regalarci qualcosa di lui, della sua vita, qualcosa che ci siamo persi. Ci vuole regalare una risata che solo la nonna ha sentito, o raccontare una scoperta che lo ha emozionato, qualcosa che lo ha turbato. Cerca un testimone della sua vita, perché tutti ne abbiamo bisogno, ma ce lo siamo dimenticato. Perché dobbiamo andare avanti, arrivare a sera e poggiare la testa sul cuscino, per ricominciare ancora e ancora la nostra vita di oblio.
I nostri figli sono un dono, e regalano tempo. Se solo ci fermassimo un attimo a pensarci ce ne accorgeremmo.
Vi è mai capitato di stare così vicino agli occhi del vostro bambino da fargli dire "nei tuoi occhi ci sono io" e mentre lo guardate, cercando di capire cosa voglia dire, vedere che nei suoi occhi ci siete voi? Ci pensate che malgrado tutti i nostri sbagli e le nostre mancanze nei loro cuori ci siamo noi?
A me è successo, ed è un momento questo a cui ripenso tutte quelle volte in cui ho paura di non fare altro che sbagliare. Rivedo gli occhi della mia bambina, due specchi di cioccolato fondente, brillanti e golosi, e rivedo me, così come mi vede lei, e d'un tratto mi accorgo di non essere poi così male. Mi dico che se anche ci fosse solo quello da salvare, qualcosa di buono nella mia vita la sto facendo.



lunedì 29 settembre 2014

Mi ricordo

Piccola mia, sei nata nell'era degli smartphone, dei pad, dei pod, dei touch screen, di quelle diavolerie di sonagli per bambini con la presa USB per suonarti le ninnananne in mp3 (!?!!)... e già che il tuo dito vedo scorre con molta più agilità del mio, immagino che l'evoluzione ti abbia dotato di un dito più "touch"!
Ma vedi, prima che mi rincoglionisca, o forse è già troppo tardi, perché sono dentro il sistema anch'io (di brutto), voglio raccontarti di quando tutto questo non c'era.
Mi ricordo che per parlare con una compagna a scuola ci scambiavamo bigliettini accartocciati tirandoli da un banco all'altro... e a volte si sbagliava destinatario! Beh, questo si fa ancora, però. Che per evitare i bigliettini avevamo adottato un'agenda su cui scrivevamo anche durante le lezioni e che poi ci passavamo sotto gli occhi dei prof con la scusa di controllare i compiti.
Mi ricordo che i diari scoppiavano, ci scrivevamo di tutto, aforismi, poesie, canzoni, le frasi più belle dei nostri film preferiti... le Smemo di 5 kg, che non si chiudevano neanche più. Ma quale Facebook!
Mi ricordo le lettere, le cartoline... con il francobollo!
Mi ricordo dei diari segreti condivisi in cui scrivevo le mie cose, che poi passavo all'amica del cuore, e ci scriveva le sue. La carta assorbiva emozioni, a volte profumava di speranze, sapeva di attese, altre si inumidiva di pianto o gridava di rabbia. La carta che sfogli, quella che leggi, la carta ha un odore e tu lo sai, lo sai già... che un giorno, col naso a mezz'aria su un libro e gli occhi chiusi, mi hai detto "uhm, che profumo!".
Per ascoltare la musica ho avuto anche il walkman con le cassette e il nastro che a volte si inceppava e dovevi riavvolgerlo con la matita... per guardare i film andavo dalle amiche io, che a casa dei nonni non l'avevamo il videoregistratore. Ma non preoccuparti che Dirty Dancing ce lo guardiamo insieme quando sarai più grande. Ho comprato il dvd!
Il mio primo cellulare in quinta superiore, ho imparato a usare il computer all'università... ho usato i floppy disk... che storia. Ne avrò conservati alcuni, perché sono diventati dei reperti storici!
E non ti sto raccontando tutto questo perché sono in preda alla nostalgia, non so più cosa farei senza il mio smartphone o il mio pc, non avrei questo spazio per scrivere quando non riesco a dormire. Dico solo che a volte vado indietro nel tempo coi ricordi e penso a quante cose sono cambiate, a quante sono scomparse. A quante persone ho detto "ti amo", a quante ho stretto forte e poi ho detto addio.
Ma non ricordo più quand'è è stata l'ultima volta che ho guardato negli occhi un'amica, l'ultima volta che ho sentito la sua vera voce, che ci ho fatto insieme una risata.
Dico che adesso che si va tanto veloci, adesso che abbiamo imparato a "volare", dovremmo ricordarci di rallentare un po', che a volte rischiamo di vagare, con gli occhi bassi senza sapere esattamente dove si va, di inciampare nelle cose e nelle persone e non saperle riconoscere.
Indietro non si torna, mai, ma non perdere una sola occasione di vivere forte il tuo presente. Vorrei tanto che crescendo portassi con te quel dono che ti rende così speciale, che non dimenticassi mai cosa sai fare adesso: guardare negli occhi chi ami e leggergli dentro, perché come lo stai facendo tu davvero non lo aveva mai fatto nessuno.
Ed è grazie a te che mi ricordo com'ero e chi sono.

venerdì 12 settembre 2014

Stay strange, stay wild


Dopo la doccia dritta sul lettone, ti liberi con un salto dell'accappatoio e inizi a saltare, i riccioli sparsi sulle spalle che volteggiano felici.
Ti porto i vestiti che dobbiamo uscire:
-"No!"
-"Le mutandine, dai!"
-"No!"
-"La canottiera?"...
-"No!"
Poi la metti in testa a mo' di cappello, ti specchi soddisfatta e riprendi a saltare sempre più divertita. Ti guardo specchiarti tra un salto e l'altro, saltare, cantare... dopo un po' inizio a sentirmi indispettita, stiamo facendo tardi. Ma tu ti stai divertendo, ti sei infilata un gonnellino di petali di tulle e continui a saltare coi riccioli e i petali danzanti. Io e papà, già vestiti, tutti pronti e di fretta su e giù per casa.
-"Noi siamo pronti"
-"Io pure sono pronta!"
-"Ma non sei vestita!"...
-"Sì!... Io mi vesto strana, non mi vesto bene!".

Sai che ti dico, fai bene, persino selvatico è meglio. Che a fare i bravini, i buoni, tutti belli puliti e stirati si finisce col diventare falsi e crudeli. Come chi uccide una madre, che fa solo quello che ogni madre fa, nel posto e nel momento in cui le è dato di vivere, e si nasconde dietro una scusa "pulita". Parole, le solite, ad addomesticare il pensiero, anestetizzarlo e piano piano ucciderlo.
Nessuno si è sporcato le mani, è stato un incidente, qualcosa è andato storto. Parole. Scuse accettabili, istituzionalizzate. Le mani pulite e le coscienze gocciolano di sangue. Poco importa, arriveranno prontamente buone azioni a metterci la pezza, a placare gli animi e assopirci il pensiero, che si addormenta senza far rumore fino a non svegliarsi più. Nemmeno un sussulto, niente, proprio come è successo a Lei.

martedì 29 luglio 2014

926

Quest'anno la rassegna Io allatto alla luce del sole ha come tema "l'allattamento in Realtà".
In realtà c'è voluto un evento per rimettermi a scrivere! Sarebbe il secondo anno e mi sono detta e perché no, già che ci siamo...
La verità è che spesso ripenso a quando ti bastavano 10 minuti di latte per abbandonarti beata tra le mie braccia. Le guance rosee, le palpebre abbassate che sembravano petali, era il sonno di un piccolo dio. Ne è passato di latte... 926 giorni!
926 giorni di mamma, di te, di ninni, come dici tu, che ti prendi, che mi dai. Difficile dire chi dà e chi riceve. Ci diamo tutte e due, ci diamo tanto, ci diamo sempre... baci e carezze, storie sussurrate e risatine a bocca piena, pizzicottini (fastidiosissimi!), ma anche rimproveri e sbuffi, e strambe manipolazioni, perché dopo un po' che stai attaccata: “mamma, non esce più il latte, faccio un massaggio!”
Prendi tanto, amore, me lo chiedi, a volte più di quanto credo di riuscire a darti, a volte più di quello che sono pronta a dare, perché sono pigra, o sono stanca, ho tanto sonno la notte e tu mi rassicuri “l’umpito mamma!” (l’ultimo). O forse perché sei così tanto grande, che come te sei grande solamente tu, che discorri, e mi racconti storie e mi dici "addormiti mamma!", che ogni tanto mi scordo che sei ancora piccina. Ma sentire il tuo odore, la manina attaccata al mio pigiama, che scivola rapita dal sonno, l’ultima resistenza che cade sul cuscino e immaginare i tuoi occhi perdersi dietro a un sogno nuovo… non ti dirò che è come il primo giorno, è 926 volte di più, come un giorno dentro all’altro, come l’una dentro all’altra. Perché dal mio cuore, bimba, non te ne andrai mai!

Questo post partecipa a Ioallatto alla luce del sole 2014.

Io allatto alla luce del sole 2014

giovedì 13 febbraio 2014

Talk to your daughter

La prima volta che ho letto di questa iniziativa mi è tornata in mente un'immagine ancora poco sbiadita di una ragazza. Poco più che bambina.
Arrabbiata, confusa, impaurita e brutta.
Schiva e sola, in balia di troppi perché.
Magra da sembrare trasparente, perché molti non la vedono neanche. Che si strappa i capelli, che parla da sola, e ride e poi piange, e, sempre da sola, si asciuga le lacrime e corre più forte per lasciarsi dietro qualcosa che la raggiunge sempre.
Una ragazzina che ha perso i suoi punti fermi e non sa più stare in piedi e guardare verso la luce.
Brutta perché nessuno ha il coraggio di vederla veramente, forse il tempo di dirle che non è vero. Che fantastica sulle vite degli altri. Sogna di scambiare la sua vita con quella di un'altra. Una più semplice, senza troppi pensieri e farle male la testa.
Una di quelle che portano i jeans come se glieli avessero cuciti addosso, che hanno le scarpe della misura giusta, che mettono un fiocco nei capelli e sembrano uscite da un telefilm. Una dalla pelle perfetta, sempre pulita, sempre in ordine, che non diventa matta per i collant che scendono o per la cucitura dei calzini che si è messa di traverso.
Ho pensato a lei e a come avrei voluto che qualcuno avesse detto a sua madre talk to your daughter!

Da mamma prego Dio ogni giorno che mi dia il coraggio e la forza di continuare a guardare mia figlia con tutto l'amore che sento per lei dal primo istante che ho saputo che era lì, dentro di me. Di avere occhi sempre nuovi per vederla crescere, per amarla così come è e come sarà. Come avrà modo o deciderà di essere.
Sarà banale, lo so, non pretendo di essere per lei un modello, anzi a dire la verità spesso ne ho paura! Voglio solo che sappia di essere speciale e bella, anche se qualcuno potrebbe non essere d'accordo.
Vorrei che fosse consapevole dei doni che porta dentro di sé, che sappia lottare per ciò che vuole e infine, che sappia vedere la bellezza negli altri, che la sappia cercare e riconoscere... come i cercatori d'oro, quando lo trovano, immersi nel fango.

Questo post partecipa all'iniziativa Talk to your daughter

lunedì 13 gennaio 2014

Dormi con me



Sono giorni che rileggo queste parole, senza avere il coraggio di pubblicarle.
Giorni in cui le notti sono troppo arrabbiate di pianti e di preghiere sbagliate. Livide di un sonno che non trova pace. Ma poi, in fondo a tutti i miei sbagli, continuo a leggerle queste parole, perché ho scelto, e ne sono felice. Le rifarei, anzi, le rifarò tutte, le mie scelte.
Perché...
ho imparato che la vita ti lascia tanto spazio. Là dove prima c’era ciò che amavi. 
Mi torna in mente il letto grande di mia nonna, in cui a volte dormivo da piccola, vuoto e freddo solo da un lato, sempre quello da anni. Un vuoto che ad allungare le braccia e le gambe non ne tocchi la fine, che alla fine le braccia te le tieni strette intorno, perché quel vuoto non lo vuoi sentire, perché il tuo corpo senta dei confini e non si disperda. Rimane vuota la stanza del figlio che parte per l’università, il posto a tavola di chi ora lavora e non torna per pranzo e più tardi magari esce con gli amici. E allora me la tengo questa scomodità, ci sto stretta stretta e contenta in mezzo alle persone che amo, mi respiro il loro amore. Ci sto bene con una manina calda dentro la maglia del pigiama, contro di me quelle spalle che respirano, e sotto il mento dei riccioli profumati. Ci sto bene in questa parte di letto, nella mia parte di vita. Me la vorrei tenere stretta, ma so che non posso, e la respiro fino in fondo per averne pieno il cuore. 
Perché una volta qualcuno mi ha detto che devo imparare anche a perdonarmi, che per migliorare si deve partire da lì.
Perché la vita è un viaggio, un vuoto a rendere, ma quello di cui ti riempi il bicchiere in questo viaggio impara a godertelo, e ricorda: solo l’amore conta. Solo quello ripaga delle fatiche, delle sconfitte, anche delle perdite. 
Che la tua vita ne possa essere piena, che ti possa guidare e farti trovare la  strada, che ti dia la forza di lottare, anche contro vento! Di questo amore vorrei riempirti il bicchiere adesso, solo questo posso fare, perché tu possa essere libera di darlo a tua volta, di capirne il valore e mai il prezzo. 
E scusami, scusami, se anche solo una volta hai dubitato del mio amore.

giovedì 26 dicembre 2013

Gli Amici

Gli Amici, bambina mia, sono il sale della terra e lo zucchero dei tuoi giorni. Di quelli belli, inondati di sole, e di quelli un po' bui e tristi.
Sono il fuoco scoppiettante del tuo camino, risate a crepapelle e mani sulle spalle.
Sanno di sere d'estate e di zenzero e cannella d'inverno. Di abbracci caldi e lacrime salate.
Vicini o lontani, saranno sempre nel tuo cuore. A volte ti deludono, altre ti consolano, li perdonerai sempre, perché senza di loro la tua vita non avrà sapore.
Alcuni diventano come un'altra famiglia, ti fanno sentire a casa quando a casa non sei. Ti colmano il cuore... e anche il bicchiere!
Sono giorni di festa nei giorni normali. La risata contagiosa, lo sbadiglio in compagnia, sono "stacca prima tu... un due tre...",  sono "l'ultima cosa e poi spegniamo la luce".
Sono le parole che non hai bisogno di dire e quelle che invece le dirai sempre.
Sono la mano tesa e a volte le botte, sono "scusa - no, scusami tu".


Agli amici stanotte dico grazie e buon Natale. Grazie, semplicemente perché ci siete!

lunedì 9 dicembre 2013

poco... tanto!

Scrivo poco ormai, quasi niente.
Leggo meno, purtroppo. Mi rapisce il sonno insieme a te. 
Amo tanto però. Di un amore che mi pretende, tutta (e giustamente!).
Allora sto in silenzio ad amarti e lascio a te le parole, che sei più brava di me, di sicuro. Te ne bastano poche per dire tanto.
Tanto, lo dici mentre ti addormenti, allunghi una mano e mi vieni a cercare. Tu forse non lo sai, ma con quella mano mi raggiungi l'anima, ti posi sul cuore, leggera come ali di farfalla, sciogli i nodi di una giornata, distendi anche le rughe!
In silenzio, mi godo questo balsamo, mi sento risuonare le tue dichiarazioni d'amore... ti amo tanto, ti voglio un bene grande grande... ma quanto sei bella piccina mia?
Mi lascio dorrnire accanto a te, una mano sul cuore (un piede contro il fianco!), che c'è tempo, mi dico, per scrivere ancora un po'.

Stanotte la ninna nanna te la canta un poeta... la balliamo insieme, abbracciate strette. Tanto strette!

"C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate"

giovedì 28 novembre 2013

ti direi...

Guardami. Non nascondermi i tuoi occhi, ché per me sono luce. E in quella luce io esisto.

Parlami, perché la tua voce mi accarezza l'anima...

il tuo latte mi addolcisce i giorni e le notti, ah le notti! mi scorre dentro caldo come la vita.

Toccami, ché la tua pelle è la mia casa.

Pensami, sognami, amami, perché del tuo amore io vivo.

mercoledì 2 ottobre 2013

Eleven

Sono le undici, e mentre ti addormentavi accanto a me, mentre sotto le mie mani il tuo corpo si assopiva e i capelli si facevano ancora più morbidi (possibile?) mi sei tornata in mente appena nata, nei tuoi primi giorni, nei nostri primi passi in un mondo nuovo.
Ti ricordo così piccola che la mia mano bastava a coprirti la schiena, la tua testa piena di capelli nel mio palmo. Fragile e forte, piena di vita, tutta vita, un mistero che respirava tra le mie braccia. Ricordo la pace che sentivo nel vederti dormire e mi dicevo che non c'è niente al mondo di più bello che vederti dormire. E lo dico ancora, ma mi contraddico un istante dopo, quando allunghi la mano per farmi una carezza, per abbracciarmi, quando ti sento parlare, rispondermi "TANTO" al mio "ti voglio bene amore"! Quando mi metti il broncio e poi lo disfi con il tuo sorriso, si scioglie tutto come neve al sole. Perché non c'è niente di più bello al mondo che sentirti e vederti crescere, diventare. Perché la vita è questo: diventare!
E mi dico che quella neonata, che quel mistero meraviglioso che sei stata per me lo sarai sempre. Perché è lì, dentro di te. Lo sarai sempre, per sempre.


È questo che penso mentre mi addormento anch'io, che a ogni compleanno sarai sempre più grande, ma sarai sempre quella piccola vita appena nata. Lo siamo tutti, i bambini che siamo stati, dovremmo ricordarcelo ogni volta che cerchiamo di essere ascoltati, di essere amati. I più fortunati lo sanno, altri se ne dimenticano, ma forse possono ancora scoprirlo. 
Penso che anche Sandra Cisneros lo sapesse quando ha scritto La casa di Mango Street, quando ha scritto le sue short stories. 
Sandra Cisneros è una scrittrice tra le più importanti della letteratura chicana. Ha una voce calda, un tono da cantante, fresco e avvolgente, una lingua che sembra un gioco, come quella dei bambini che tutto scoprono e non hanno ancora paura di sbagliare, un tocco che sa cosa andare a risvegliare.
L'avevo scoperta all'università, grazie alla prof che teneva un corso stupendo sulla letteratura americana, l'ho riscoperta quest'estate quando ho comprato due suoi libri e mi sono ritrovata a leggere una short story che avevo voluto tradurre ai tempi... l'ho cercata e l'ho trovata.
Se vi va di leggerla è riportata qui di sotto.

Undici anni


Quello che non capiscono dei compleanni e che non ti dicono mai è che quando hai undici anni ne hai anche dieci, e nove, e otto, e sette, e sei, e cinque, e quattro, e tre, e due, e uno. E quando ti svegli il giorno del tuo undicesimo compleanno ti aspetti di sentirti diversa, ma non è così. Apri gli occhi e tutto è uguale a ieri, solo che è oggi. E non pensi di avere undici anni, pensi di avere ancora dieci anni. E infatti ce li hai, sotto quell’anno che ti fa diventare più grande.
     Per esempio qualche volta capita che dici qualcosa di stupido, e quella è la parte di te che ha ancora dieci anni. O magari un giorno vuoi stare in braccio alla tua mamma perché hai paura, e quella è la parte di te che ha cinque anni. Oppure un giorno, ti vuoi mettere a piangere, come quando avevi tre anni. E va bene così. Lo dico sempre alla Mamma quando vedo che è triste e sembra che vuole mettersi a piangere. Può darsi che si sente come quando aveva tre anni.
     Perché diventare grandi somiglia a una cipolla o ai cerchi dentro il tronco di un albero o alla mie bamboline di legno che si infilano una dentro all’altra, ogni anno dentro al prossimo. Ecco com’è avere undici anni.
     Non pensi che hai undici anni, per niente. Passano dei giorni, delle settimane a volte, o anche dei mesi prima che rispondi undici quando ti chiedono l’età. E non ti piace dire undici, almeno non fino a quando non hai quasi dodici anni. È proprio così.
     Però oggi non volevo avere solo undici anni che mi rotolavano dentro come monetine dentro una scatoletta di latta. Oggi volevo avere centodue anni invece che undici perché se avevo centodue anni lo sapevo cosa dire quando Mrs. Price ha messo il maglione rosso sul mio banco. Sapevo dirle che non era mio invece di stramene lì seduta con quella faccia e niente che mi usciva dalla bocca.
     “Di chi è questo?” dice Mrs. Price, e tiene in mano il maglione rosso per farlo vedere a tutta la classe. “Di chi è? È rimasto nell’attaccapanni per un mese.”
     “Mio no,” dicono tutti “Io no.”
     “Deve essere di qualcuno,” dice Mrs. Price, ma nessuno si ricorda. È un maglione bruttissimo con i bottoni rossi di plastica e il collo e le maniche così stropicciate che le puoi usare come corda per saltare. Sembra vecchio di cent’anni e anche se era mio non lo dicevo.
     Forse perché sono secca, forse perché le sto antipatica, quella stupida di Silvia Saldìvar dice: “Per me è di Rachel”. Uno schifo di maglione come quello, tutto rovinato e vecchio, ma Mrs. Price le crede e così prende il maglione rosso e lo mette proprio sul mio banco, ma quando apro la bocca non mi esce niente.
     “Non è, io non, lei non…Non è mio,” dico alla fine con una voce così piccola che forse ero io quando avevo quattro anni.
     “Ma certo che è tuo, ” dice Mrs. Price. “Mi ricordo di avertelo visto addosso una volta.” Solo perché lei è più grande ed è la maestra, lei ha ragione e io no.
     Non è mio, non è mio, non è mio, ma Mrs. Price è già arrivata a pagina trentadue, al problema di matematica numero quattro. Non so perché ma tutto a un tratto sento un male dentro, come se la parte di me che ha tre anni mi vuole uscire dagli occhi, ma io li chiudo forte forte e stringo i denti strettissimi e cerco di ricordare che oggi ho undici anni, undici. La mamma mi farà una torta per stasera, e così quando papà torna a casa tutti canteranno tanti auguri a te, tanti auguri a te.  
     Ma quando non sento più male e apro gli occhi, il maglione rosso è ancora là come una montagna rossa gigante. Allora lo sposto nell’angolo del banco col mio righello. E allontano il più possibile la mia matita, i miei libri e la mia gomma. E un pochino sposto anche la sedia verso destra. Non è mio, non è mio, non è mio.
     E nella mia testa cerco di pensare a quanto manca al pranzo, quando finalmente posso prendere il maglione rosso e tirarlo via oltre il cortile della scuola, oppure lasciarlo appeso ad un parchimetro o arrotolarlo tutto come una pallina e lanciarlo nel vicolo. Ma quando l’ora di matematica è finita Mrs. Price si mette a gridare davanti a tutti, “Adesso basta Rachel,” perché ha visto che ho spinto il maglione rosso nell’angolo piccolo piccolissimo del banco ed era rimasto lì a penzolare come una cascata, mentre io facevo finta di niente.
     “Rachel,” dice Mrs. Price. E lo dice in un modo che sembra molto arrabbiata. “Adesso ti metti quel maglione e la smetti con queste stupidaggini.”
     “Ma non è…”
     “Subito!” Dice Mrs. Price.
     Ecco quando non volevo avere undici anni, perché in quel momento tutti gli anni che avevo dentro (dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due e uno) si erano messi a spingere da dietro gli occhi quando ho messo un braccio nella manica di quel maglione che puzzava di formaggio, e poi dopo, l’altro braccio nell’altra manica e stavo lì con le braccia aperte come se il maglione mi faceva male, ed era vero, tutto che pungeva e pieno di germi che non sono neanche i miei.
     E in quel momento tutto quello che avevo trattenuto la mattina da quando Mrs. Price aveva messo il maglione sul mio banco è uscito fuori, e tutto ad un tratto sono scoppiata a piangere davanti a tutti. Volevo essere invisibile ma non lo ero. Ho undici anni e oggi è il mio compleanno e sto piangendo come una di tre anni davanti a tutti. Mi metto la testa nel banco e mi nascondo la faccia tra le braccia con quelle stupide maniche da clown. Ho la faccia tutta calda e la saliva che mi viene alla bocca perché non riesco a fermare quei versi che faccio, finché non mi vengono più lacrime negli occhi e tremo tutta come quando ho il singhiozzo e la testa mi fa male come quando bevo il latte troppo in fretta.
     Ma il peggio arriva proprio prima della campanella. Quella stupida di Phyllis Lopez, che è ancora più cretina di Sylvia Saldìvar, dice che si ricorda che il maglione rosso è suo! Così io me lo tolgo subito e glielo do, solo che Mrs. Price fa finta di non accorgersi di niente.
     Oggi ho undici anni. La mamma mi sta facendo una torta per stasera e quando papà torna dal lavoro la mangeremo. Ci saranno le candeline e i regali e tutti canteranno tanti auguri a te, tanti auguri a te Rachel, solo che ormai è troppo tardi.
     Oggi ho undici anni. Ho undici anni, dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due e uno, ma volevo avere centodue anni. Volevo avere tutto tranne che undici anni, perché voglio che oggi sia già lontano, lontano come un palloncino che vola via, come una piccola, piccolissima o nel cielo, così minuscola che devi stringere gli occhi per vederla.          




Nota importante: quella che trovate sopra è una proposta di traduzione personale, non la versione attestata e pubblicata in italiano, che trovate nel "Fosso della strillona", edito da La Nuova Frontiera.
Detto questo, un grazie di cuore alla professoressa Baccolini!

lunedì 9 settembre 2013

Occhi

Ti è mai successo di vedere l'amore? Se lo cerchi è negli occhi che lo devi guardare. Dritto dritto senza voltarti mai, e non aver paura di annegare, perché è lì che si respira e l'aria è dolce e ha un colore che ti riempie il cuore.
Ho avuto una vita di sguardi intelligenti che mi hanno specchiato l'anima, risposto a ogni pensiero prima ancora d'averlo detto.
Laghetti sereni d'acqua pulita. Un'acqua antica come il mondo e i suoi segreti, che si alza e si abbassa in sintonia con la luna, che registra i giorni della vita, i suoi dolori e le sue meraviglie.
Occhi che ti ascoltano, occhi che rispondono. Belli come boschi incantati. Gli occhi delle mie sorelle.
Poi sei arrivata tu, bambina mia, che mi hai cercata e con i tuoi occhi mi hai fatto innamorare. Occhi nuovi che raccontano vecchie storie, di una nostalgia di cose lontane, una promessa di cose a venire.
Uno sguardo magnetico che mi ha incollata a te. Occhi caldi di fuoco, dolci e morbidi come cioccolato che fonde. Del colore del papà nella forma dei miei, un'anima antica in un corpo nuovo.
I tuoi occhi che incontro ogni mattina, più aperti dei miei, che mi guardano dritto e in uno svolazzo di ciglia lunghissime mi dicono Mamma! e mi chiedono amore, perché sono amore.
Che rimanga nel cuore quest'estate che hai mangiato con i tuoi occhi golosi, afferrato con le mani, baciato con la tua bocca profumata.
Quest'estate di baci, di braccia ad abbracciarti, di occhi solo per te.


venerdì 23 agosto 2013

La morte del poeta

Cu' voli puisia vegna 'n Sicilia
Anonimo.

Vero. La poesia c'è, è stato un regalo, un'eredità senza pegno, ma senza merito. Il poeta, lui è morto, o bandito. Calunniato, violentato, ce lo siamo giocato e abbiamo perso. Abbiamo già perso.
Il senso della perdita lo sento dentro il petto come un colpo sordo, in fondo alla gola, dolceamaro, come la gomma che brucia. Negli occhi feriti dalla bruttezza dell'inciviltà contro la storia, dell'indolenza contro la poesia, dell'olezzo del piscio contro l'odore del mare, delle mani dell'inetto su questa terra.
No che non chiedo scusa, io sono ferita. Io che muoio di nostalgia, ma che distolgo lo sguardo troppe volte, come quando chiudo gli occhi al sole, perché fa troppo male.
Terra antica di sapori lontani, di racconti sotto le stelle o attorno al fuoco. Terra di zagara, di luce e ombre che piangono la loro benedizione. Terra di approdi e di addii, di conquistatori e conquistati.

CieloTerraeMare.
Terra d'incanto, dove la pelle bruna d'ulivo saraceno incontra gli occhi azzurronormanno che strappano il cuore. Terra di gelsi, bianchi o neri, sotto le scarpe, che li pesti e senti già il sapore che ti pizzica le guance, di gechi sui muri accanto ai lampioni, di sere d'estate al profumo di gelsomino, dei venditori ambulanti dalle voci arabeggianti, che cosa vendono chissà... dei balconi gocciolanti, coi gerani e i panni stesi come bandiere sbiadite al sole. Delle buganvillee, fiere e ostinate, sotto il sole impietoso, contro il vento rabbioso, dell'agave, dei fichi d'india. Dei bambini che giocano in strada al tramonto, canottiera e ciabattine, a ciabattare e ciabattare. Di salotti sui marciapiedi davanti alla porta di casa, con tanto di sedie impagliate e ospiti e chiacchiere.
Terra mia sei diventata sporca, abbandonata, hai perso i tuoi poeti. Seduci ma poi abbandoni. Troppo dura, troppo aspra. Calpestata non ti pieghi, ma ammorbata stai soffrendo, soffocata, deturpata, di una bellezza deforme, inutile, fai rabbia. Rabbia per il tuo poeta, morto senza lacrime, asciugate al vento. Dimenticato, solo, lontano... via le mani via gli occhi... rabbia perché mi sento sola a piangerlo, e invece vorrei chiamarlo, convincerlo a tornare, e invece credo di averne dimenticato il nome.

martedì 16 luglio 2013

Baby [bebì]

Stasera hai scoperto una parola nuova, l'hai ripetuta dopo che ti avevo detto "su baby, andiamo a letto". Mi hai guardata furbetta e mi hai ripetuto bebì in un sorriso. L'averla sentita così uguale a come te l'avevo detta ti ha stupita e hai cominciato a ripeterla ridacchiando di quel riso sonoro che mi fa impazzire. 
Ho sentito il gusto di quella parola che rimbalzava tra me e te quando dal seno sollevavi il viso verso di me, gli occhi sulla mia bocca in attesa di una risposta, della tua eco, e compiaciuta tornavi a poppare. 
Ero stanca, la giornata è stata lunga, hai pianto e ti sei lamentata perché stanca non hai voluto dormire, ma questa danza me la sono goduta stasera bebi mia, perché, fosse anche per una sola notte, ma stanotte sì, ti sei addormentata con un sorriso. 
Le stelle stanotte sanno di latte mi ripeto e la luna nel cielo ci sorride. Stanotte la nanna è facile bebì!

Nasce il sole e poi va su e attraversa il cielo blu 
quando arriva l'imbrunire torna a casa e va a dormire 
e per dar la buonanotte vien la luna color latte 
con le stelle e con Saturno e così finisce il giorno
Grazie Pimpa ;)
... e grazie a Giorgia Cozza e Maria F. Agnelli per La nanna è facile! 

Consigli tascabili, carezze e sorrisi per grandi e piccini. La semplicità e l'immediatezza delle parole sono accompagnate da simpaticissime vignette. Un piccolo grande tesoro da consultare, per informarsi, per confrontarsi e, perché no, riderci un po' su!

giovedì 4 luglio 2013

Il libro del NO

Non ci bastavano i nostri... abbiamo trovato un libro e ci siamo innamorate.
Adesso la mia Mimi mi indica il libro e mi dice NO, NO facendo sì con la testa... Mamma me lo leggi?
Indovinate perché? Facile, il libro è questo


È in inglese, ma le frasi sono semplici e accompagnate dalle illustrazioni, divertenti e vivaci. Gliel'ho letto in italiano, ma quando sarà più grande ci proveremo anche in lingua originale.
Mimi è una piccola talpa con salopette viola e cappellino di paglia. Sta crescendo e inizia curiosa a voler esplorare il mondo e manifestare la sua voglia di indipendenza. NO è la sua risposta preferita ai tentativi della mamma di aiutarla a vestirsi, a versare il latte nella tazza, a salire sullo scivolo al parco... vuole fare da sola. I risultati sono divertenti, per vestirsi da sola fa una serie di capitomboli e alla fine ce la fa... più o meno!
La mamma è sempre lì, pronta ad aiutarla o a rimediare ai guai. Dai che la mamma ti porta al parco, NO, ci vado da sola! (n.d.r.)
Su per la scala dello scivolo Mimi vuole andare da sola, ma scivolando cade e si fa male. Vieni che la mamma ti abbraccia Mimi. NO, ti abbraccio io mami! (n.d.r.)
L'amore ti ripaga sempre mami! Quando è difficile, ti richiede tempo, pazienza e tanta umiltà, ma ricorda che ne vale sempre la pena.
Buona lettura!

Il post NON è sponsorizzato.
Le frasi che ho riportato sono proposte di traduzione personali, il libro è stato già tradotto in 14 lingue, ma non in italiano. 

giovedì 27 giugno 2013

Il NO periodico

Avete presente i numeri periodici? Quei numeri decimali che si ripetono all'infinito... Io ne ho una vaga idea, ricordi annebbiati, e annoiati, degli anni di scuola... per fortuna, nella mia vita non mi è mai servito ricordare di più o più approfonditamente (matematicamente parlando s'intende) altrimenti ci sarei andata fregata! Ho trattenuto solo quello che mi serviva... tipo calcolare la percentuale di sconto (utile per lo shopping!) o fare due conti, giusto per accertarmi che mi dessero il resto esatto! L'onestà di restituire l'eccesso, grazie a Dio, non c'entra con la matematica!
Perché mi sia tornata in mente la storia del numero periodico l'avrete capito, mia figlia ha scoperto il no e ora lo dice di continuo, persino mentre dorme (arrrgh!!!).
All'inizio era uno spasso, abbiamo scoperto le varie declinazioni del no... la doppia negazione: "NONO!" perentorio e accompagnato dal gesto deciso del ditino davanti la faccia, il "no" semplice, secco e di grande effetto, fino al più vezzoso "GNO!" detto col nasino arricciato e mezzo sorriso. Presto è diventato un delirio di NONONONONONO... - Amore lo dai un bacio alla mamma? - NO!, -Dai vieni, andiamo fare una passeggiata... -No, mentre con le mani batte già sulla porta d'ingresso per uscire.
L'altra mattina mi sono svegliata al suono dei suoi no, non stava rispondendo a nessuna domanda, mi sono accorta che stava semplicemente ripassando il suo repertorio!
Niente paura mi dico, l'avevo già letto che è una fase normale, anzi imprescindibile della crescita, della conquista dell'autonomia del bambino (un bell'articolo lo trovate qui, insieme a tanti spunti di riflessione e testimonianze di alcune mamme).
Sdrammatizzo, le faccio un po' il verso, la faccio ridere con le battaglie no/sìNO/sì/Gno/Sìno/SSSSììììì... e cerco di arrricchire le possibilità di replica con l'OK, accompagnato dal gesto della mano, risultato: il suo sì è un raggio di sole che mi illumina la vita, raro (ancora) ma prezioso.
La matematica non sarà un'opinione, ma secondo me questo no è solo un periodo, passerà!